Tandura - La Guerra all'orizzonte

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IL PRIMO PARACADUTISTA AL MONDO IN AZIONE DI GUERRA
 
Alessandro Tandura nacque il 17 settembre 1893 a Vittorio Veneto.
Arruolato volontario nel settembre del 1914, si distinse fin da subito per le doti di ottimo soldato tanto da essere promosso a caporale.
Allo scoppio della Prima guerra mondiale, fu assegnato al 1° Reggimento Fanteria della Brigata Re e inviato sul Carso. Durante un combattimento sul Podgora subì una grave ferita che lo tenne lontano dal fronte fino alla metà di maggio del 1916. Tuttavia, le sue condizioni di salute non erano affatto buone, e nei mesi successivi per ben due volte, fu allontanato dalla zona di guerra e trasferito ai depositi nelle retrovie, non senza aver nel frattempo ottenuto una promozione a sergente. Nel gennaio 1917, chiese ed ottenne di tornare al fronte dove nuovamente si distinse tanto da essere scelto per frequentare il Corso per Aspiranti Ufficiali dell’Arma di Fanteria. Nell'ottobre 1917, dopo un mese al fronte, si ammalò gravemente e fu ricoverato sino a dicembre. Alla fine dello stesso mese, rinunciando a parte della convalescenza, rientrò al fronte dopo aver ottenuto il trasferimento al 20° Reggimento d’Assalto degli Arditi. Con questo reparto combatté in tutti gli scontri del Basso Piave compresa l’eliminazione della testa di ponte di Caposile. Agli inizi del 1918 fu trasferito, con sua grande insoddisfazione, ai depositi di fanteria nelle retrovie.
Il 28 aprile 1918, ottenne la promozione a tenente di complemento e, successivamente, l’assegnazione all’Ufficio Informazioni presso il Comando dell’8a Armata dove, il Tenente Colonnello Amelio Dupont, comandante del reparto, gli propose una pericolosa missione da svolgere oltre le linee nemiche.
Alessandro Tandura accettò, senza nemmeno immaginare che, quella scelta, lo avrebbe consegnato alla Storia.
Dopo aver valutato ipotesi alternative, quali l’attraversamento delle linee nemiche travestito da soldato austriaco o il trasporto in aereo, si decise di far raggiungere a Tandura la Sinistra Piave occupata dagli austriaci, paracadutandolo da un aereo nella zona dei Prati di Savassa, pochi chilometri a nord di Vittorio Veneto. Avrebbe poi raggiunto il Col Visentin, per stabilire la base operativa e, mischiandosi alla popolazione, iniziare la pericolosissima missione di spionaggio ben sapendo che, in caso di cattura, sarebbe stato fucilato in quanto riconosciuto come spia.
All'epoca, il paracadute era uno strumento decisamente poco conosciuto. Gli aviatori stessi avevano da poco iniziato ad usarlo superando l'iniziale resistenza dei Comandi che lo vedevano come un mezzo che il pilota avrebbe potuto usare pur di sottrarsi al combattimento. L'esercito italiano non ne possedeva e i pochi disponibili erano stati acquistati dagli inglesi. Per questa ragione non erano previsti prove o lanci di addestramento anche perché, una volta aperto, il paracadute non poteva più essere riutilizzato.
Il lancio fu programmato per la notte tra l'8 e il 9 agosto 1918 e avvenne da un aereo biposto da bombardamento Savoia Pomilio SP.4. L'aereo decollò dal campo di volo di Villaverla con un equipaggio composto dal pilota canadese, il Maggiore William George Barker e dall'osservatore inglese, il Capitano William Wedgwood Benn.
Quella notte infuriava un violento temporale che causò un errore di rotta.
Tandura era seduto con le gambe penzoloni su di una scomoda botola, che fungeva da sedile, collocata alle spalle dell'equipaggio e installata in un vano ricavato modificando la carlinga dell'aereo.
Una fune, legata sulla schiena lo collegava al paracadute che era situato in uno scomparto sotto la fusoliera. Dal suo posto, Tandura, non vedeva la rotta e non poteva comunicare in alcun modo con l'equipaggio; non poteva far altro che attendere il momento in cui l'osservatore Benn, azionando una leva, avrebbe aperto la botola facendolo cadere nel vuoto.

I LUOGHI SULLA MAPPA
Giunti in quella che credevano essere la zona di lancio, il pilota Barker raggiunse la quota prestabilita di 1500 metri e l'osservatore azionò la leva facendo cadere Tandura nel buio.
Per lui, che solo in quel momento ebbe la certezza che il paracadute funzionava, l'emozione fu enorme. Egli stesso, più tardi, racconterà: “Le orecchie sono straziate da un sibilo che mi devasta il cervello. L’incubo dei sogni orribili! Ma subito ho l’impressione di essere sollevato, di tornare in su. Alzo gli occhi e vedo il paracadute aperto. La pioggia mi sferza il viso. Oso guardare in basso e vedo strade e campi che riddano in un ‘altalena infernale. Mi smarrisco, perdo i sensi … È un attimo: ad un tratto, colpito fortemente al petto, mi trovo a terra, con le gambe all’aria. Lanciato nel vuoto da circa 1500 metri di altezza ero caduto in un vigneto, mentre infuriava il temporale”.
Intanto, eseguito il lancio, l’aereo proseguì il volo per eseguire alcuni bombardamenti in modo da nascondere il vero scopo della missione.
Tandura, nato a Serravalle e pratico della zona, non tardò a capire che non si trovava nei Prati di Savassa ma, parecchi chilometri lontano, nel vigneto del parroco a San Martino di Colle Umberto. Non si perse d'animo e, raccolte le gabbiette contenenti i piccioni viaggiatori, indispensabili per inviare le preziose informazioni al Comando dell'8a Armata, si diresse verso il Col del Pel, sul Visentin, dove stabilì il suo rifugio.
Da lì portò avanti la sua missione coinvolgendo la fidanzata Maddalena Petterle e la sorella Emma, entrambe insignite di Medaglia d'Argento al Valor Militare. Riorganizzò anche i soldati e gli ufficiali italiani che, dopo Caporetto, erano rimasti tagliati fuori dal repentino cambiamento di fronte ed erano costretti a vivere alla macchia. Tandura diede loro nuova dignità e fiducia riportandoli al ruolo di soldati con i quali operò importanti azioni di sabotaggio, disturbo e di guerriglia.

L'azione di quella che oggi sarebbe chiamata "intelligence" permise al Comando militare italiano di avere un quadro esatto della dislocazione delle forze nemiche fondamentale per l'esito vittorioso della Battaglia di Vittorio Veneto.
Per tre mesi, travestito da contadino storpio, raccolse informazioni aggirandosi tra le osterie della zona e ascoltando le conversazioni dei soldati nemici. Fu anche catturato due volte e per due volte riuscì arditamente a fuggire continuando la sua missione fino al termine della Battaglia di Vittorio Veneto.
Con la liberazione della Sinistra Piave e la vittoria italiana, Tandura fece ritorno al Comando e si recò, per fare rapporto, dal Tenente Colonnello Dupont, il quale lo propose immediatamente per la Medaglia d’Oro al Valor Militare, che gli fu concessa, il 23 marzo 1919  con una prima motivazione:


"Offertosi spontaneamente per altissimo sentimento patrio, ad una missione estremamente difficile, la conduceva a termine con fulgido ardimento e con fede sagace, per tre mesi lottando con ferrea volontà e vincendo in diuturna sfida rischi e pericoli di ogni specie. - Piave; Vittorio Veneto, agosto - ottobre 1918."
Con il Regio Decreto del 29 aprile 1923 fu modificata ed ampliata la motivazione che fu d'occasione per una nuova cerimonia di consegna che si tenne nella sua Vittorio Veneto.
Dopo la guerra Tandura rimase nell'esercito. Nel 1922 fu trasferito in forza al 7º Reggimento Alpini e, successivamente, partì volontario per la campagna d'Africa dove, ancora una volta, non mancò di distinguersi tanto da meritare altre due Medaglie d'Argento al Valor Militare: una in Libia e l'altra in Etiopia.
Il 29 dicembre 1937 Tandura era sul molo di Mogadiscio per accogliere la famiglia che, finalmente, poteva riunirsi per vivere assieme in Somalia.
La morte lo colse proprio nel momento in cui vide la moglie Maddalena sbarcare dalla nave.
Portandosi le mani al petto si accasciò al suolo esalando l'ultimo respiro.
"Aneurisma", dichiararono i medici.
"Gioia", sentenziò Maddalena.

ONORIFICENZE
Medaglia d'Oro: "Animato dal più ardente amore di Patria, si offriva per compiere una missione estremamente rischiosa: da un aeroplano in volo, si faceva lanciare con paracadute al di là delle linee nemiche nel Veneto invaso, dove, con alacre intelligenze ed indomito sprezzo di ogni pericolo, raccoglieva nuclei di ufficiali e soldati nostri dispersi, e, animandoli col proprio coraggio e con la propria fede, costituiva con essi un servizio d'informazioni che riuscì di preziosissimo ausilio alle operazioni. Due volte arrestato e due volte sfuggito dopo tre mesi di audacie leggendarie, integrava l'avveduta e feconda opera sua, ponendosi arditamente alla testa delle sue schiere di ribelli e con esse insorgendo nel momento in cui si delineava la ritirata nemica, ed agevolando così l'avanzata vittoriosa delle nostre truppe. Fulgido esempio di abnegazione, di cosciente coraggio e di generosa, intiera dedizione di tutto sé stesso alla Patria. - Piave, Vittorio Veneto; agosto - ottobre 1918."
Medaglia d'Argento: "Aiutante maggiore di una colonna attaccata su di un fianco, percorreva sotto intenso fuoco di fucileria il fronte del combattimento per recare ordini ai reparti, dimostrando grande slancio e sprezzo del pericolo. Ferito da una pallottola rimaneva al suo posto, rendendosi di grande e valido aiuto al comandante e contribuendo alla buona riuscita dell'azione. - Uadi el Cuf Gereib, 7 luglio 1926."
Medaglia d'Argento: "Comandante di due compagnie fucilieri e di due plotoni mitraglieri dislocati in una posizione particolarmente insidiosa ed importante, respingeva con incrollabile fermezza accaniti e ripetuti attacchi del nemico, che sgominava infine con un violento contrattacco. - Birgot, 24-25 aprile 1936."
Cavaliere dell'ordine della Corona d'Italia.
Promozione per merito di guerra - "Capitano di fanteria promosso al grado di Maggiore - Birgot, 24-25 aprile 1936."
L'immagine del titolo elaborata dall'opera "The Flight of Icarus" dell'artista Abner Recinos

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