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Lazzaro Fioravante - La Guerra all'orizzonte


 1940 -1945
I  CADUTI  DI  QUINTO  DI  TREVISO


Caporale Fioravante Lazzaro
Nato a Quinto di Treviso il 1° marzo 1918.
Figlio di Valentino.
Arruolato nel 3° Reggimento Cavalleria "Savoia".
Morì il 28 gennaio 1943 nel campo di prigionia sovietico 58/8, uno dei distaccamenti del più ampio complesso denominato “Campo 58”, situato nell’area di Tiomnikov, allora parte del fronte russo . Quel sistema di campi era articolato in varie sezioni sparse sul territorio, ma la maggior parte dei militari italiani catturati venne concentrata proprio nella sezione 58/8, tristemente nota per l’altissimo numero di decessi dovuti al tifo petecchiale e alle gravi infezioni intestinali.
In quella sola struttura persero la vita 4.329 prigionieri italiani, travolti dalle malattie, dalla fame e dalle condizioni estreme dell’inverno russo. I caduti vennero poi sepolti in una grande fossa comune nella zona di Moloschnitsa, senza possibilità di identificazione individuale.

Tiomnikov, oggi è una piccola cittadina della Repubblica di Mordovia (regione di Saransk, distretto di Zubova Poliana).



Il 3° Reggimento “Savoia Cavalleria” nella Seconda guerra mondiale

Durante il secondo conflitto mondiale la cavalleria italiana si presentò al fronte ancora in larga parte montata, segno di una modernizzazione incompleta e tardiva rispetto agli eserciti che avevano ormai adottato in modo esteso mezzi corazzati e motorizzati. Anche il 3° Reggimento “Savoia Cavalleria”, pur in ottime condizioni di efficienza e addestramento, mantenne per tutta la guerra la propria struttura tradizionale a cavallo.
All’entrata in guerra dell’Italia, il 10 giugno 1940, il reggimento era inquadrato nella 3ª Divisione Celere “Principe Amedeo Duca d’Aosta” e disponeva di comando, squadrone comando, due gruppi squadroni e uno squadrone mitraglieri. Il deposito di Somma Lombardo provvide inoltre, negli anni successivi, alla formazione di vari gruppi appiedati e di un battaglione movimento stradale destinati ai fronti operativi.
Nella primavera del 1941 il “Savoia” fu impiegato nelle operazioni di occupazione in Croazia. Pochi mesi dopo, nell’estate dello stesso anno, quasi l’intero reggimento venne inviato sul fronte orientale nell’ambito del Corpo di Spedizione Italiano in Russia (CSIR), poi ampliato nella 8ª Armata italiana (ARMIR). Una parte minore dell’unità rimase in Italia con compiti di presidio a Milano.
Il trasferimento verso il fronte russo avvenne attraverso la Romania, con arrivo nella zona di Botoșani, seguito da una lunga marcia attraverso Moldavia e Ucraina. Dopo il duro inverno 1941‑42, nella primavera successiva il reggimento fu inserito nel Raggruppamento Truppe a Cavallo, comandato dal generale Guglielmo Barbò e composto dal “Savoia”, dai “Lancieri di Novara” e dall’Artiglieria a Cavallo. In un teatro di guerra dominato da mezzi corazzati e da distanze immense, questa grande unità montata svolse soprattutto compiti di pattugliamento, esplorazione e controllo delle retrovie, intervenendo dove il fronte italo‑tedesco mostrava cedimenti.
Il “Savoia Cavalleria” si distinse in particolare nella carica di Izbušenskij del 24 agosto 1942, una delle ultime cariche di cavalleria della storia militare europea, condotta per sbloccare una situazione critica e permettere il ripiegamento di reparti italiani minacciati dall’accerchiamento.
Durante la disastrosa ritirata dell’inverno 1942‑43 il reggimento subì perdite gravissime. Solo un nucleo ridotto riuscì a rientrare in patria, portando con sé ciò che restava della gloriosa tradizione del reparto.
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Considerazione

Ciò che si può cogliere da queste informazioni è il nodo reale della storia militare italiana del periodo, e non solo italiana.
Nel caso della cavalleria – e del “Savoia” in particolare – l’inadeguatezza non fu tanto tecnica, quanto culturale: un’intera classe dirigente militare faticò a riconoscere che la guerra moderna aveva cambiato natura, e che il valore individuale, la disciplina e la tradizione non bastavano più a compensare la mancanza di mezzi adeguati.
Quello che emerge, tra le righe, è un paradosso doloroso:
reparti animati da grande professionalità e spirito di corpo, comandati da ufficiali spesso coraggiosi e capaci, ma inseriti in una struttura strategica che non aveva compreso la portata della rivoluzione tecnologica in atto.
La cavalleria italiana arrivò sul fronte orientale in splendida forma… ma fuori dal tempo. E questo non per colpa dei reparti, bensì per una visione politico‑militare che rimase ancorata a modelli ottocenteschi mentre il mondo correva verso la guerra meccanizzata.
Il risultato fu che uomini valorosi furono costretti a combattere in condizioni impossibili, e il loro sacrificio – come quello di Lazzaro Fioravante – assume oggi un valore ancora più tragico e dignitoso: non solo combatterono, ma lo fecero contro un destino già segnato da scelte sbagliate a monte e che nessun valore personale avrebbe potuto mutare.
NON PRESENTE NEL MONUMENTO AI CADUTI
Presente nel Registro del Ministero della Difesa dei Caduti e Dispersi della 2ª Guerra Mondiale
Presente nel Registro del Commissariato Generale per le Onoranze ai Caduti in Guerra

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