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Libralesso Federico - La Guerra all'orizzonte


 1940 -1945
I  CADUTI  DI  QUINTO  DI  TREVISO


Artigliere Federico Libralesso
Nato a Treviso il 1° aprile 1918.
Figlio di Luigi e Badin Antonia.
Arruolato nel 3° Reggimento Artiglieria Alpina, Gruppo Conegliano, in forza alla Divisione Julia.

Morto in prigionia il 26 aprile 1943 in Russia nell'Ospedale-Lager  N. 2989 a Kameskovo
trasferito dal campo di concentramento N. 160 di Suzdal' .
Il luogo della sepoltura è ignoto.


NOTE: Sulla lapide posta nel cimitero di Santa Cristina la data di morte risulta essere il 27 e non il 26 aprile 1943 come dai registri ufficiali. Inoltre, il restauro dell'immagine originale presente nel tondo sulla lapide, ha confermato l'incongruenza riguardante la mostreggiatura sulla giacca, tipica del corpo degli Alpini, incoerente con il fregio sul cappello indicante, correttamente, un reggimento di Artiglieria Alpina.



Suzdal’ e Kameskovo – Il percorso di prigionia nei lager sovietici

Dopo il crollo del fronte del Don, tra la fine del 1942 e i primi mesi del 1943, migliaia di soldati italiani dell’ARMIR caddero prigionieri dell’Armata Rossa. Una parte consistente di questi uomini venne concentrata nel Campo di prigionia n. 160 di Suzdal’, allestito all’interno dell’antico monastero-fortezza di San Eutimio, trasformato in luogo di detenzione.
Quel complesso, un tempo dedicato alla vita monastica, divenne uno dei principali centri di raccolta dei prigionieri italiani e romeni catturati durante la ritirata.
Le condizioni di vita erano estremamente dure: fame cronica, freddo implacabile e una violenta epidemia di tifo petecchiale segnarono i primi mesi del 1943, causando una mortalità altissima.
Dei circa 2.800 italiani inizialmente internati, la maggior parte non sopravvisse all’inverno. Le testimonianze dei pochi reduci parlano di baracche sovraffollate, corpi ridotti allo stremo e una quotidiana lotta per conservare un minimo di dignità.
Accanto alla sofferenza fisica, i prigionieri erano sottoposti a pressioni propagandistiche e tentativi di rieducazione politica, che si aggiungevano alla fatica e alla fame.
Chi si ammalava gravemente veniva trasferito a Kameskovo, nella regione di Vladimir, dove era stato allestito uno degli ospedali-lager collegati al complesso di Suzdal’. Anche qui, però, la parola “ospedale” non corrispondeva alla realtà: strutture precarie, scarsità di medicinali, condizioni igieniche minime e personale insufficiente rendevano le possibilità di sopravvivenza estremamente ridotte.
Molti soldati italiani, debilitati dalla ritirata o catturati dopo l’8 settembre 1943, morirono proprio a Kameskovo, come attestano gli archivi sovietici e l’Albo d’Oro del Ministero della Difesa.
L’intera area di Vladimir – Suzdal’, Kameskovo e altri piccoli centri – divenne così uno dei nodi principali della tragedia dei prigionieri italiani in Russia.
Oltre ai militari dell’ARMIR, vi transitarono anche italiani rastrellati dai tedeschi e successivamente consegnati ai sovietici nel 1945. Per molti di loro, questi luoghi rappresentarono l’ultima tappa di un cammino segnato dal gelo, dalla fame e dalla malattia.
Suzdal’ e Kameskovo sono oggi piccoli punti su una carta lontana, ma per noi restano luoghi dove il tempo sembra essersi fermato.
Luoghi in cui migliaia di uomini, privati di tutto, affrontarono la prigionia con un coraggio silenzioso, quasi invisibile.
È in quel silenzio che si conserva ancora il nome di Libralesso Federico, insieme a quello di tanti altri che non tornarono.
E ricordarli significa restituire loro un posto nel mondo, là dove la storia li aveva lasciati soli.
PRESENTE NEL MONUMENTO AI CADUTI
Presente nel Registro del Ministero della Difesa dei Caduti e Dispersi della 2ª Guerra Mondiale
Presente nel Registro del Commissariato Generale per le Onoranze ai Caduti in Guerra

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