Memoria - La Guerra all'orizzonte

QUINTO DI TREVISO  - 1915 / 1918
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LA  FORMA  DEL  RICORDO
In preghiera nel cimitero degli Eroi al Montello
(foto di O. Battistella, tratta da "L'Illustrazione Italiana", 9 novembre 1919)
Alla fine della guerra l'Italia contò oltre 650.000 militari caduti e fu subito chiaro che il conflitto appena cessato aveva costituito una drammatica e luttuosa esperienza di massa che doveva essere elaborata per poter essere, in qualche modo, accettata, superata e, anche, onorata.
I primi cimiteri di guerra fecero la loro comparsa già durante il conflitto. Sorsero, delimitati da recinti provvisori, a ridosso delle prime linee e dei campi di battaglia e, spesso, le precarie sepolture furono travolte da successivi scenari di guerra. Le esplosioni delle bombe sconquassarono e rimestarono la terra che aveva accolto le salme dei caduti devastandole nei resti e nella memoria.
     

Molti piccoli cimiteri, tuttavia, superarono le ingiurie della guerra. Ma il loro numero e la loro collocazione, sparsa in un territorio vasto e spesso impervio, impose ben presto la necessità, da parte dello Stato, di provvedere altrimenti, razionalizzando e organizzando in modo organico gli spazi da dedicare ai caduti.
Il Regio decreto 13 aprile 1919 istituì la Commissione Nazionale per le Onoranze ai Militari d'Italia e dei Paesi Alleati Morti in Guerra presso il Ministero dell'Interno sotto la direzione del Maresciallo d'Italia Armando Diaz, poi affidata al Ministero della guerra, istituendo l’Ufficio Centrale per la Cura e le Onoranze alle Salme dei Caduti di Guerra.
Compito di questo Ufficio fu di:
“Riconoscere tutto il vasto campo delle operazioni allo scopo di rintracciare ogni tomba isolata ed esumarne la salma, rintracciare i cadaveri dispersi, possibilmente individuarli e raccoglierne le ossa”.
Il teatro di guerra fu diviso in cinque zone (Brescia, Trento, Treviso, Udine, Gorizia), ed ognuna di esse fu gestita da apposite sezioni distaccate. Migliaia di cimiteri, sorti nei pressi delle ex prime linee, furono soppressi. Ne rimasero circa 350 e, di questi, una sessantina furono ricostruiti integralmente. Gli altri, gran parte presenti in sezioni dedicate di preesistenti cimiteri civili, furono consegnati ai rispettivi comuni per la cura e la manutenzione.


Anche questa, però, era una soluzione provvisoria perché i terreni su cui erano costruiti i nuovi cimiteri non erano di proprietà dello Stato ma ottenuti in affitto da enti o da privati, con contratti decennali. Era, quindi, necessario risolvere il problema di una sepoltura perpetua. Ciò fu reso possibile grazie all’opera del generale Giovanni Faracovi che, nominato nel 1927 Commissario straordinario per le Onoranze ai Caduti in Guerra, presentò il 15 novembre 1928, un Programma generale per la sistemazione definitiva delle sepolture militari italiane. Il programma, approvato dal Ministero della Guerra e dal Capo del Governo, conteneva, in buona sostanza, tutte le linee guida della futura campagna di costruzione dei Sacrari Militari che sarebbero poi sorti durante gli anni Trenta del 1900 e che avrebbero dato sepoltura definitiva e perpetua ai nostri caduti.
È pur vero che il programma non tenne conto di una sorta di “discriminazione” tra quanti caddero in battaglia e quanti morirono, pur se in tempo di guerra, per ferite, mutilazioni o malattie e, quasi sempre, sepolti in piccoli cimiteri di paese che non sempre avevano approntato il riquadro previsto per accogliere esclusivamente le spoglie dei soldati. Queste salme, “sfuggite” alla ricerca, una volta terminato il periodo legale di sepoltura furono esumate secondo la procedura ordinaria e, i loro resti, avviati agli ossari comuni presenti nei vari cimiteri civili e non ai Sacrari Militari.

Il compito, straordinariamente immane, del recupero delle salme, fu affidato alle varie commissioni e a squadre di riesumatori arruolati, di fatto, tra i civili dei luoghi ove erano presenti i cimiteri di guerra o dove si fossero svolte le grandi battaglie.
In moltissimi casi l’identificazione dei caduti fu resa impossibile dall’oggettivo stato nel quale si trovarono i poveri resti. In altri e altrettanto numerosissimi casi, fu la mancanza o l’indecifrabilità di documenti personali ritrovati, come le deteriorabili piastrine individuali, a impedirne il riconoscimento.
Tuttavia, di questo capitolo così doloroso non si può, a garanzia della storia, tacere di quella parte oscura che oggi, senza mezzi termini, definiremmo “racket” ma che, per la stessa ragione storica, potremmo, se non giustificare, almeno tentar di comprendere.
La guerra era finita da pochi mesi ed erano rimaste, ancora aperte, tutte le ferite conseguenti; molti paesi, villaggi e borghi erano stati completamente distrutti, quasi ogni famiglia di ciascun paese aveva subito la perdita di un familiare e, oltre alla distruzione, chi era tornato o chi era sopravvissuto si trovò a fare i conti con una disastrosa situazione economica.

Riesumazione dei caduti dal cimitero di Staranzano nei pressi di Monfalcone




Piastrina di riconoscimento dei nostri soldati.
La piastrina di latta conteneva il foglietto  di carta con i dati personali
Così, quello che lo scrittore triestino Paolo Rumiz ci racconta tra le pagine de “La Repubblica” sul finire del 2013, trova una componente logica:
“… E parte, accanto al fuoco della cucina assediata dal temporale, una storia dolorosa, che fatico persino a trascrivere, di corpi troppe volte riesumati e trasferiti di tomba in tomba, di ditte ammanigliate col Potere che rubano subappaltando il trasloco dei resti, di austriaci fatti passare per italiani perché gli italiani sono pagati di più. E ancora storie di ossa meticolosamente scarnificate perché solo così il Caduto può accedere alla perfezione minerale dell’ossario.
Si buttarono via scarpe, stellette, e tanti segni identificativi. Sparirono molti nomi, anche per questo gli ignoti furono così numerosi. Ci fu chi di due cadaveri ne fece tre per strappare più soldi, e si dovette imporre la regola che per ottenere il pagamento di un corpo bisognava esibire l’osso sacro, uno dei pochi non scomponibili”. Scoppiò uno scandalo, fu indetto un processo a Bassano, ma la storia fu messa a tacere, perché erano i giorni del Milite Ignoto e la Patria non ammetteva dubbi”.
Con la Grande Guerra, infatti, i monumenti ai caduti smisero il ruolo di testimonianza anonima e su di essi comparirono, finalmente, i nomi dei singoli soldati nel tentativo di onorare ogni caduto non per le gesta individuali, ma come parte di un insieme più "alto ed eroico” appartenente alla Patria come simbolo di unione ed aggregazione.
Ed è proprio con questa filosofia che si diede corso all’edificazione dei monumenti: essi dovevano costituire il centro focale del culto dei caduti, in quanto proprio loro, e non le rispettive tombe, ne avrebbero commemorato il sacrificio.
Dunque, la loro progettazione, aveva un duplice scopo:
quello di dare alle famiglie colpite dal lutto un conforto e una, se possibile, giustificazione per la morte dei loro cari, ma anche quello di costruire la grande memoria collettiva che aiutasse i sopravvissuti dei campi di battaglia ad affrontare meglio quella difficile realtà sociale ed economica che trovarono al ritorno ai loro paesi.
Sicuramente, anche in funzione di percorsi sociopolitici, oggi domina la visione dei monumenti ai caduti come veicoli di propaganda nazionalista o, nel migliore dei casi, come mero esempio di espressioni storico-artistiche o architettoniche. Questo, in definitiva, è quanto rimane di immediatamente visibile a distanza di così tanto tempo ora che il lutto e la tragedia sono così lontani.
In realtà, per quanti hanno vissuto la guerra, i monumenti avevano, al di là del significato politico, civile, artistico ed estetico, soprattutto, e senza dubbio, un importante significato personale e strettamente esistenziale.
Intanto, a Quinto...

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